Divorzio alla cinese

☕ Ne abbiamo parlato da Lulu Home Interior.

Un libro che, a prima vista, sembra un (troppo?) lungo susseguirsi di eventi e personaggi tutto sommato superficiali, se non fossero quei nomen omen a salvare la situazione. Un libro che invece, a ben guardare, rivela tutta la sua forza di opera satirica: una burocrazia strutturata e moralmente responsabile per il suo popolo che va in crisi, sostanzialmente, per un’inezia. Un libro carico di riferimenti alla cultura classica cinese, un libro che, pur senza approfondire troppo la psicologia dei personaggi, riesce a mettere in scena una kafkiana girandola di eventi paradossali e di grande impatto simbolico. Una sola nota a margine: forse  avrebbe aiutato una nota esplicativa per comprendere a fondo i tanti riferimenti culturali e storici, e apprezzare al meglio la forza di quest’opera.

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Le quaranta porte

☕ Ne abbiamo parlato da Hinterland.

Un libro dal quale ci aspettavamo moltissimo e che invece, in parte, ci ha deluso. Quasi fastidiosa la storia di Ella, della sua crisi di mezza età e soprattutto dell’irrealistica subitanea conversione al romanticismo, condita dalle immancabili lacrime sul finale. Il tutto scritto in modo tutto sommato scorrevole ma con il classico limite dell’autore che “spiega” i sentimenti invece di farli capire al lettore attraverso le descrizioni e le azioni dei personaggi. Meglio la storia di Rumi, soprattutto per la struttura con la pluralità di voci e l’alternanza dei diversi punti di vista – anche se ci sarebbe piaciuta (o forse servita) un’appendice che disegnasse il limite tra storia e finzione. Insomma, “La dolce eresia” è tutto sommato un bel romanzo, “Le quaranta porte” non vi aggiunge niente, e anzi lo rallenta con una zavorra di sentimenti superficiali e banalizzati.

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Le otto montagne

☕ Ne abbiamo parlato da Bocca Moka.

Un libro che ha la capacità di trascinarti nel mondo silenzioso della montagna, con i suoi tempi dilatati e la ritualità dei gesti dei pastori. Un inno alla bellezza della vita, dell’amicizia senza tempo, delle cose vere. Con uno stile scorrevole e lineare, ma mai banale, Cognetti costruisce un bellissimo romanzo di formazione, nel quale le tematiche delle origini, dei rapporti con i genitori, delle amicizie si intrecciano in modo semplice e spontaneo, creando un quadro armonico e pittoresco. Bellissimo anche (soprattutto per noi expat) il richiamo al tema del “chi va e chi resta”, con la spesso dimenticata riflessione che, semplicemente, non c’è una vita giusta da vivere: ci sono persone fatte per andare, e persone fatte per restare.

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Orfani bianchi

☕ Ne abbiamo parlato da Cup28.

orfani-bianchiLa discussione non era nemmeno iniziata, che già si delineava il tema centrale di tutto il libro: il finale, Antonio, mannaggia! C’è chi ha apprezzato lo stile scorrevole, chi l’ha trovato poco originale, chi era stupito dalla versatilità di Manzini – abituati come siamo a vederlo alle prese con Rocco Schiavone – e chi non aveva mai letto altro, chi avrebbe preferito un finale diverso e chi invece ne ha riconosciuto la potenza narrativa. In tutti i casi, una cosa ha messo tutti d’accordo: che nodo allo stomaco, alla fine! Un libro che fa riflettere – preparate i fazzoletti.

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Rumore bianco

☕ Ne abbiamo parlato da Grand Central.

rumore-bianco1Un libro che ci ha colpito soprattutto per i suoi lampi di ironia, che si accompagnano ad un forte realismo nelle descrizioni. Se da un lato ci siamo sentiti trascinati nella storia con frequenti “ma dai, è proprio vero!”, dall’altro i dialoghi paradossali ci hanno tenuti incollati alle pagine. Un’attualissima critica della società di oggi, dal consumismo sfrenato dei centri commerciali alle paranoie individuali e di massa, ma anche una profonda analisi della società e dell’uomo, con le sue manie, le sue paure, le sue contraddizioni.  L’unica pecca è, nel complesso, una scarsa empatia con il lettore – ma tutto sommato sembra proprio essere un capolavoro della letteratura americana e un perfetto esempio del cosiddetto postmodernismo.

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Ogni cosa è illuminata

☕ Ne abbiamo parlato da Les Trouvailles de Louise.

ognicosaeilluminataUn libro che ci ha innanzitutto, e forse al di sopra di ogni altra considerazione, preso alla sprovvista con quelle sue sgrammaticature che rendono lenta e difficile la lettura, soprattutto all’inizio. Appassionante anche la narrazione del “mito” (nel senso di storia trasfigurata in quasi-leggenda) e della storia dello shtetl di Trachimbrod. Rimane un po’ di delusione per la storia in sé – questa affannosa e allo stesso tempo forse inutile ricerca della verità, ma tutto sommato è un romanzo che rivela la grande capacità di scrittura di Jonathan Safran Foer (considerando oltretutto che si tratta del suo primo romanzo) e che non si può liquidare con un semplice “difficile da leggere”.

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Adua

☕ Ne abbiamo parlato al calduccio, in casa, con i biscotti de La cucina delle zie.

aduaRecensito come un “must have” del lettore in cerca di argomenti importanti trattati con delicatezza, sembra trattare di un tema importante in modo sì accessibile, ma anche superficiale, ed è sostanzialmente incapace di “trascinarci” dentro l’Africa coloniale (e post coloniale). Troppi temi (il colonialismo, le migrazioni, l’amore, il rapporto di amicizia, quello tra padre e figlia, il ruolo della donna-oggetto, il razzismo, l’infibulazione, le tradizioni tribali africane, e probabilmente ne sto dimenticando qualcuno) che finiscono inevitabilmente per essere approfonditi meno di quello che meriterebbero. Avremmo preferito un maggiore approfondimento due temi che ci hanno appassionato di più: il tradimento delle proprie origini in nome del denaro e il difficile ruolo degli interpreti africani durante il colonialismo.

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